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da Nicolina

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da Nicolina

Messaggio  nicolina il Ven Apr 16, 2010 2:02 pm

Caro Papà,
te ne sei andato così improvvisamente da non darmi neanche il tempo di dirti tante cose, quelle che forse ho cercato di trasmetterti mai direttamente, nei silenzi del bailamme della vita che scorre senza accorgerti che lo faccia.
Non ti dimenticherò mai.
Non potrò scordare un’ infanzia con un Papà fuori dal comune, invidiato dagli amici miei che erano anche i tuoi.
Con la bicicletta che mi avevi regalato percorrevo l’ ellisse di Piazza Navona circondata dall’ arte di quella Roma che hai disegnato in tutte le sue prospettive.
Tu eri nel gruppo degli artisti veri, quelli che ancora si riunivano nella comunione di un eletto ideale.
Mamma al tuo fianco con il vestito hippie e la fascia in testa.
Via Margutta e i suoi 100 pittori, le case delle tue amiche stravaganti come te.
Queste immagini mi compaiono come un flash back piacevole.
Ricordo la tua smania di non essere accomunato al cliché di borghesia degli impiegati nonostante ne facessi parte.
Combattevi affinché potessi sempre ribadire la tua diversità genetica da loro.
Percorrevi i lunghi corridoi con un monopattino, sicuro che tutti lo notassero e al tempo stesso nessuno poteva proibirtelo.
La tua colazione non era fatta come tutti, al bar.
Tu la facevi dal “pizzicagnolo” della Garbatella. Pizza bianca e mortadella.
Ti piaceva stupire.
Indossavi abiti strani, salopette di jeans e tute da paracadutista e quando dovevi vestire con abiti conformisti la tua cravatta era un nastrino di gros-grain nero.
Ricordo i pomeriggi sulla 501 o la Balilla, la macchina alla quale eri così affezionato perché era dei tuoi anni e perché la meccanica così semplice ma efficiente.
Trovavo normale percorrere le strade su quei mezzi e osservavo gli altri nelle loro utilitarie come se fossero loro gli strani.
Mi hai insegnato a distinguermi dalla massa, così pericolosa nella sua normalità.
Ricordo ancora un giorno che non era carnevale che ti divertisti ad indossare un abito nero e una tuba e farmi entrare, io già grandicella, nella carrozzina che avevi dei primi del ‘900.
Era una carrozzina fuori misura e anche fuori dal comune. Nera, elegante, ingombrante.
Io, a recitare un ruolo che mi si addiceva perché non volevo diventare grande.
Ras che ci seguiva fiero, calato anche lui nel ruolo.
Ras, il compagno della nostra vita. Ti è morto fra le braccia in un assolato ferragosto mentre tu ti dannavi a salvarlo dalla cattiveria concentrata in una polpetta avvelenata.
Mi hai donato il coraggio di essere sempre me stessa. Di essere leale e combattiva. Sensibile e forte.
Credo tu ci sia riuscito.
Anche se criticavi tutto e tutti eri orgoglioso di me.
Lo so.
Me lo hai ribadito fino all’ ultimo.
La tua stima la porterò dentro di me sempre, come un premio, un trofeo da esibire.
La tua fine non riesco a motivarla.
Sta lì, nella gola come qualcosa che non riesci né a sputare né ad inghiottire.
Platealmente hai vissuto.
Platealmente sei andato via.
Il tuo piccolo 11 settembre che, ironia della sorte, è avvenuto il 9 novembre.
Uno scambio di numeri. Una radice quadrata di un disastro che ha sconvolto il mondo.
Tu hai sconvolto le nostre esistenze e tutte quelle delle persone che ti hanno amato.
La tua personalità o si amava o si odiava e spesso i sentimenti venivano mischiati fra loro.
Perché tu eri capace di essere spassoso e detestabile allo stesso tempo.
Negli ultimi tempi ti perdonavo i tuoi modi, le tue esuberanze.
L’ultima, in ordine di tempo, la tua venuta a Fregene con il quad.
Ti ho sgridato perché era pericoloso.
Tu ti sei divertito tantissimo a fare quest’ultima stranezza.
Ora, alla luce di quello che è accaduto, sono contenta che sia riuscita a farla nonostante il tuo fisico appesantito e in barba a tutti noi.
Un bacio Papà.
Un bacio grande.
Tua Nicolina

nicolina

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